domenica 15 ottobre 2017

Di funghi, di castagni e di gnomi


" ... come felini essi passavano la giornata fra i cespugli, nell’ombra odorosa di funghi, tra i fiori lisci e dorati che brillavano come ceri nella penombra del bosco e non partecipavano all’amore che li sfiorava con la mano della sposa ... "

Il sigillo d'amore
Grazia Deledda



" ... il paesaggio diventò incantevole. La luce dell’Appennino (perché l’alto Appennino ha una sua luce) si stendeva sullo smeraldo dei prati che parevano usciti allora allora dalle mani del barbiere, tanto erano rasi perfettamente; i boschi dei castagni si raggruppavano in macchie scure e superbe con entro sfondi e padiglioni, dove il sole scherzava con mille occhi di porpora e fiamma. E le cose erano grandi e solenni, e non c’era anima viva; e perchè la bella strada pianeggiava in lieve discesa, la fatica dell’andare era nulla e tutta l’anima era nella vista. «Oh, bellissima terra, perché così deserta? Animiamola! Collochiamovi degli esseri belli e buoni che vivano in pace!» ... "
La lanterna di Diogene
Alfredo Panzini


" ... Dati in custodia a' gnomi
Furo i tesori della terra, pietre
Metalli e piante, e d'erbe e di metalli
E di pietre virtù ... "

I fasti delle lettere in Italia nel corrente secolo
Antonio Zoncada
1855


P.S. Cliccare su Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - IV Edizione 2017  per aderire all'iniziativa.
18 posti liberi - 23 giorni prenotabili 

martedì 10 ottobre 2017

Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - IV Edizione 2017

" Adornate i saloni con rami di agrifoglio,
Fa la la la la, la la la la.
Questa è la stagione per essere gioviali,
Fa la la la la, la la la la.
Ora indossiamo i nostri abiti brillanti,
Fa la la la la, la la la la.
Cantiamo allegramente il vecchio canto natalizio,
Fa la la la la, la la la la.
Vedete il Natale sfavillante prima di noi,
Fa la la la la, la la la la.
Suonate l’arpa e unitevi al coro.
Fa la la la la, la la la la.
Seguitemi con ritmo allegro,
Fa la la la la, la la la la.
mentre io racconto il tesoro di Natale
Fa la la la la, la la la la ... "

Dech the halls
Autore sconosciuto

Questa canzone fu cantata per la prima volta da J. P. McCaskey in Inghilterra nel 1881 e prende il titolo " Adornate i saloni " dall'abitudine di decorare le case a Natale con i rametti di agrifoglio. 


Siete pronti ad addentrarvi con sciarpe e calzettoni di lana in un soffice manto bianco per dar vita all'uomo di neve tra la brina, la calabrosa e la galaverna, tra l'odore delle resine e del muschio e ad ammirare l'elleboro, il biancospino e le bacche rosse dell'agrifoglio? Siete pronti a percorrere la strada di casa con il cartoccio delle caldarroste o della frutta candita tra le luminarie colorate e l'allegria delle carole, a rientrare nel tepore regalato dal nostro camino acceso muovendovi tra la luce soffusa delle candele in un'atmosfera dalle tonalità caleidoscopiche che scaldano il cuore, a gustare i biscotti, le torte, la cioccolata, le tisane e il tè caldi e a ritemprarvi con i manicaretti delle feste, con il profumo delle spezie e delle scorze degli agrumi? Siete pronti per il bacio sotto il vischio, a posizionare la tombola, ad addobbare l'albero, a preparare il presepe e a scegliere i film di Natale da vedere insieme? Siete pronti per il Calendario dell'Avvento del Focolare dell'Anima - IV Edizione 2017, siete pronti per il nostro calendario? Io ci sono e vi aspetto tutti!


Ogni blog sarà una finestra con il post che vi farà piacere regalarci, scegliete un giorno per la pubblicazione tra l'uno e il venticinque dicembre e lasciatemelo scritto nei commenti e se non avete preferenze la data la sceglierò io in base alle prenotazioni. Vi spedirò come sempre via e-mail il logo personalizzato e il link della persona a cui passare il testimone, ricordo inoltre che non ci sono obblighi, ognuno può fare come gli pare e non è necessario iscriversi a questo blog. 
La presentazione dei partecipanti da quest'anno verrà accompagnata anche e se vorrete dal vostro acrostico natalizio, l'idea è stata suggerita involontariamente dal mio amico Negus Reale e consiste nello scegliere una parola tra quelle che elencherò o tra quelle che voi preferite e nel comporre un acrostico che potrete lasciarmi qui nei commenti o spedirmi via e-mail fino al ventinove novembre. 

Acrostico natalizio

Abete - Adventus - Agrifoglio - Albero . Asinello - Atmosfera di Natale - Attesa - Avvento - Babbo Natale - Befana - Betlemme - Biancospino - Brina - Bue - Calendario dell'Avvento - Calabrosa - Camino - Carole -  Censimento - Ceppo - Chiave Magica - Ciocco - Cometa - Cristallo di Ghiaccio - Cristo - Decorazioni - Deserto - Dodicesima Notte - Domeniche d'Avvento - Doni - Elleboro - Elfi - Epifania - Episcopellus - Erode - Fede - Folletti - Galaverna - Gelicidio - Gerusalemme -  Gesù - Gesù Bambino - Ghiaccio - Ghirlanda - Ginepro - Gnomi - Greppia - Grotta - Humanitas - Incenso - Jubilum - Krampus - Luce - Magia di Natale - Maria Vergine - Mangiatoia - Mirra - Mirto - Muschio - Natale - Nazareth - Novena - Novena di Natale - Oro - Pastori - Pigne - Presepe - Pungitopo - Questua - Regali - Re Magi - Renne - Rosa di Natale - San Giuseppe - San Nicola - Santa Lucia - Stella Cometa - Strenna - Strenna di Natale - Torrone - Uomo di Neve - Vergine Immacolata - Veglia - Vetrone - Vigilia - Vischio - Xenia - Yahweh - Walzer - Zampognari


Aggiornamento 12/10/2017

6 adesioni - 19 posti liberi - giorni prenotabili: 1 dicembre - 2 dicembre - 3 dicembre - 4 dicembre - 5 dicembre - 6 dicembre - 7 dicembre - 8 dicembre - 9 dicembre - 10 dicembre - 11 dicembre - 12 dicembre - 14 dicembre - 15 dicembre - 16 dicembre - 17 dicembre - 18 dicembre - 19 dicembre - 20 dicembre - 21 dicembre - 22 dicembre - 23 dicembre - 24 dicembre - 25 dicembre


Aggiornamento 15/10/2017

7 adesioni - 18 posti liberi - giorni prenotabili: 1 dicembre - 2 dicembre - 3 dicembre - 4 dicembre - 5 dicembre - 6 dicembre - 7 dicembre - 8 dicembre - 9 dicembre - 10 dicembre - 11 dicembre - 12 dicembre - 14 dicembre - 15 dicembre - 16 dicembre - 17 dicembre - 18 dicembre - 19 dicembre - 20 dicembre - 22 dicembre - 23 dicembre - 24 dicembre - 25 dicembre

Antonella - Il tempo ritrovato ha prenotato il 13 dicembre
Patricia - Myrtilla's house, giorno da stabilire
Costantino - Mostrelibriluoghi ha prenotato il 21 dicembre

mercoledì 4 ottobre 2017

Noi fummo i liberi pensatori


La lettera scarlatta 
Nathaniel Hawthorne



Noi fummo i liberi pensatori, perseguitati e condannati a morte dalla vostra insana giustizia che riversò le vostre parole tra le righe delle nostre. Urlaste la vostra rabbia contro di noi e fummo i sacrificati affinché non vedeste ancora una volta quello che voi eravate, che siete e che continuerete a essere fino a quando non estinguerete tutti i capri espiatori.

Affreschi di una Pensatrice Folle
Sciarada Sciaranti

lunedì 2 ottobre 2017

La luce di ottobre


" ... Io
pensai di possedere tutto
il significato di ottobre
appiccicato sotto il mio cappello.
Pensai che ottobre
fosse una creatura tangibile,
con una voce propria.
...
Io ho sempre pensato che ottobre fosse
una sorta di vecchia luce d'Amore ... "

Diario di uno scrittore affamato
Jack Kerouac
a cura di Paul Marion
traduzione di Luca Guerneri, Stefania Gobbi, Marilia Maggiora

Buon ottobre e auguri ai nonni!

sabato 30 settembre 2017

A protezione del cuore


Cuore, cuore mio sconvolto da tormenti senza scampo,
sorgi, i tuoi nemici vinci, opponendo ad essi il petto;
negli scontri a corpo a corpo fortemente tieni il campo.
E, se vinci, la tua gioia non mostrare innanzi a tutti;
se sei vinto, non giacere nella casa a lamentarti.
E gioisci delle gioie, addolorati dei mali,
ma non troppo: riconosci qual vicenda regge gli uomini.

Frammento 67 D
Archiloco

Buon fine settimana!

giovedì 28 settembre 2017

Nuvole - Insieme raccontiamo 25

Un libro vecchio, malconcio, con la copertina di pelle consunta dall’uso nell'incipit di Patricia Moll per Insieme raccontiamo che con il venticinquesimo capitolo inizia il suo terzo anno di vita.  
200/300 battute per il finale breve e 200/300 parole per il finale lungo.

Divertitevi!


Stava leggendo le prime pagine di un libro che aveva trovato su una bancarella dell’usato. Un libro vecchio, malconcio, con la copertina di pelle consunta dall’uso. Lo aveva comperato perché il titolo l’aveva colpita. Quasi attirata. QWHFETT. Che significato poteva avere?
Improvvisamente si rese conto di dover accendere l’abat-jour perché era diventato buio. Alle 3 pomeridiane? “Che strano” pensò. Si affacciò alla finestra del sessantesimo piano di un grattacielo di New York, Manhattan per essere precisi come le piaceva, per capire cosa stava succedendo.
Spalancò gli occhi. Nel primo pomeriggio di un giorno di piena estate nuvoloni strani si precipitavano sulla città come a ghermirla oscurando il cielo. Il grattacielo a fianco del suo….. No! Non era possibile! Si fregò gli occhi con forza. Pulì gli occhiali e li rimise. Eppure era vero. Anche se quello che stava vedendo era davvero assurdo, era realtà.
Oltre alle nuvole che parevano correre e rumoreggiare come un treno in corsa, c’era altro. E non le piaceva affatto. Quel grattacielo si era curvato come se si stesse quasi inchinando ad una oscura presenza.

Patricia Moll


Ritornò al libro e sentì un malessere che si manifestò in tutta la sua intensità quando lo aprì, una fitta lancinante le trafisse il petto, cadde a terra e si ritrovò davanti agli occhi una pagina con su scritto:

Qui Wadiam Habet Fortitudinem Ex Toto Tenet 
Chi ha la wadia* la forza del tutto tiene  

Doveva recuperare la wadia, si alzò e salì in cima al grattacielo che si piegò ancor di più per poterla spingere con maggiore slancio nel varco temporale che si era aperto tra le nuvole.
L'Italia del VII secolo l'accolse in un villaggio longobardo, riconobbe la capanna con il tetto di paglia a forma di cono, dal comignolo usciva del fumo nero e lui sicuramente stava sperimentando le sue pozioni, si avvicinò, bussò e una voce familiare dal di dentro la invitò a entrare.
- « Mi hai chiamata. »  disse senza esitare.
- « Certo, abbiamo stipulato un patto e un patto va rispettato. » rispose lo stregone per nulla turbato dagli abiti curiosi che lei indossava, poi continuò:
- « Hai trovato il libro e comprandolo hai pagato il tuo debito con me, ti restituisco l'anello che mi avevi lasciato in pegno. » 
- « Come è possibile che io sia viva? Sono stata uccisa in questa stanza secoli fa. »
- « Ti sei reincarnata e hai vissuto altre vite fin quando il libro non ti ha riportata qui facendoti ricordare chi eri. Il nostro rituale, interrotto dalla tua morte decretata dai guerrieri, doveva essere portato a compimento per volere degli dei e la tua richiesta, che comprendeva il desiderio di poter sgretolare ogni atto di involuzione del genere umano, adesso si avvererà. »
Lo stregone la portò nel bosco, la fece salire su un albero che si piegò e la rilanciò nel suo mondo, lei si guardò intorno e disse: « Da dove comincio? »

Wadia* = Nel diritto longobardo era una garanzia, un pegno lasciato a un creditore con cui si era stipulato un contratto formale che si chiamava wadiatio. Il debitore poteva in seguito riscattare il pegno o presentare al creditore dei fideiussori che lo riscattassero per lui.

Sciarada Sciaranti

Dietro le quinte

Patricia con il suo incipit ha posto, in quella che poi è stata ovviamente la mia idea di sviluppo, due tipi di ostacoli che per me fungono da stimolo e che prediligo, il primo è stato trovare un termine latino che iniziasse con la W e il secondo trovare un desiderio che non cadesse in maniera spudorata nel moralismo, ma che fosse funzionale alla vita; quindi ... 

Grazie Patricia!

venerdì 22 settembre 2017

Di equinozi e solstizi

Dall'equinozio di primavera, che guarda la costellazione dell'ariete, nel momento in cui il buio e la luce si bilanciano, partendo dall'equatore abbiamo intrapreso un viaggio verso l'estremo nord per raggiungere allo zenit nel solstizio d'estate, sotto la costellazione del cancro, il giorno più lungo dell'anno e la notte più corta, siamo discesi verso sud di nuovo fino all'equatore per riconquistare un nuovo equilibrio tra luce e buio nell'equinozio d'autunno che guarda la costellazione della bilancia - il sole in questo preciso istante si trova sul parallelo zero in bilico tra l'emisfero settentrionale e l'emisfero meridionale regalandoci quest'equa corrispondenza tra le ore del giorno e della notte - passo dopo passo ci avventureremo verso l'estremo sud per vivere al nadir nel solstizio d'inverno, sotto la costellazione del capricorno, la notte più lunga dell'anno e il giorno più corto, ritorneremo ancora una volta all'equatore e in un continuo divenire ricominceremo il viaggio. 

Vedete un po' come lo spiegava nel 1833 l'abate Domenico Scinà:




" ... 121 - Si può ora comprendere, in che modo abbian luogo le stagioni diverse. Movendosi il sole sull'ecclittica taglia l'equatore in due punti, che si chiamano gli equinozii. Imperocché ove il punto dell'orbita del sole coincide coll'equatore in quel giorno il sole è obbligato in virtù del suo moto diurno a percorrere l'equatore, E come l'equatore è tagliato dall'orizzonte per ciascun punto della terra in due eguali parti; così il sole percorrendo in un giorno l'equatore sta tanto sopra quanto sotto l'orizzonte, e vien il giorno eguale alla notte. Il primo equinozio succede verso la costellazione di ariete, e dicesi equinozio di primavera. A misura che il sole si avanza sull'ecclittica va percorrendo col suo moto diurno diversi paralleli all'equatore; e come per noi il polo settentrionale è innalzato sopra l'orizzonte; così gli archi visibili dei paralleli diversi, che stan sopra l'orizzonte, sono più grandi di quelli che sono invisibili, e trovansi al di sotto; e però il sole come va percorrendo paralleli diversi sta più sopra che sotto l'orizzonte, e i giorni si van facendo più lunghi delle notti. Giunto il sole alla massima distanza dall'equatore percorre il parallelo gg', che dicesi il tropico di state, o per la vicina costellazione di cancro il tropico di cancro. Allora succede il giorno più lungo dell'anno, perché l'arco visibile di questo parallelo è il più grande di tutti gli altri, e la durata dei giorni in tal punto è quasi la stessa per la ragione che l'ecclittica gG' essendo tangente al circolo gg', il sole fa sembianza di percorrere per qualche tempo il medesimo cerchio diurno, e però dicesi solstizio di state. Da questo punto torna l'astro verso l'equatore percorrendo gli stessi paralleli col suo moto diurno, e quindi i giorni van facendosi più brevi, finché giunto all'equatore verso la costellazione della Libra succede di nuovo l'equinozio, che chiamasi d'autunno. Da lì il sole si va allontanando dall'equatore, e avvicinandosi verso il polo meridionale, ch'è per noi situato sotto il nostro orizzonte: il sole quindi va percorrendo dei paralleli ogni giorno, i cui archi visibili per noi sono sempre decrescenti, e minori degl'invisibili, e perciò i giorni diventano più brevi delle notti, finché giunge al parallelo GG', che dicesi tropico d'inverno, e per la vicina costellazione di capricorno il tropico di capricorno. Allora avviene la notte più lunga, l'ecclittica è tangente al tropico e si ha il solstizio d'inverno. Da questo tropico si volge il sole verso l'equatore, e ripigliando la sua nuova rivoluzione, torna all'equinozio di primavera ... "

Elementi di fisica generale
Abate Domenico Scinà

Buon equinozio d'autunno!

giovedì 21 settembre 2017

Un' immagine, un libro

" ... Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà ... "

Se una notte d'inverno un viaggiatore
Italo Calvino

Ho iniziato questo post con una citazione sulla lettura  perché oggi si parla di libri e lo si fa in modo particolare, l'idea originale è di Stefania del blog Odore intenso di carta e potete leggerla in:  Ad ogni immagine, un libro , in sostanza si associa a un'immagine un libro letto. Nel fare le foto ai libri li ho ri-sfogliati ed è stato immediato l'impulso di proporne alcuni brevi stralci.
Voglio anche ricordare che è pronto il venticinquesimo incipit di Patricia Moll per Insieme raccontiamo, potete partecipare fino al 30 settembre.

Buon divertimento! 



" ... L'emblema non lasciò il suo petto; ma negli anni, stanchi e penosi, tutti dediti al bene... la lettera scarlatta cessò di essere il simbolo del castigo e del disprezzo per trasformarsi in segno di bontà e di rispetto... "

La lettera scarlatta
Nathaniel Hawthorne



" ... Ci siete cavaliere, nessuno può negarlo, ormai! - Non gli risponde alcuna voce . L'armatura non sta su, l'elmo rotola per terra, - Cavaliere, avete resistito per tanto tempo con la vostra sola forza di volontà, siete riuscito a far sempre tutto come se esisteste perché arrendervi tutt'a un tratto? ... "

Il cavaliere inesistente
Italo Calvino



" ... Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?
Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d'amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata del fardello del corpo dell'uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l'immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.
Al contrario, l'assenza assoluta di un fardello fa sì che l'uomo diventi  più leggero dell'aria, prenda il volo verso l'alto, si allontani dalla terra, dall'essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato.
Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? ... "

L'insostenibile leggerezza dell'essere
Milan Kundera



" ... L'onda s'acquetava, poi si ritraeva, sospirando, come dormiente il cui respiro va e viene, inconsapevolmente. A grado a grado la striscia cupa dell'orizzonte si schiariva come se in una vecchia bottiglia di vino il sedimento fosse precipitato, lasciando verde il vetro. Dietro a essa anche il cielo si schiariva come se anche là fosse precipitato un bianco sedimento, o il braccio di una donna coricata sotto l'orizzonte avesse alzato un lume e strisce piatte, bianche e verdi e gialle, si aprissero nel cielo come le stecche di un ventaglio ... " 

Le onde
Virginia Woolf



" Fa freddo nello sciptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, ma non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. "

Il nome della rosa
Umberto Eco



" ... Alle facoltà cognitive è devoluto non soltanto il compito di avvalersi delle conoscenze, nell'indagine sempre più approfondita del mondo circostante, ma anche quello di esercitare un controllo sul comportamento emotivo per affrontare i pericoli che minacciano l'intero globo ... "

Tempo di mutamenti
Rita Levi Montalcini

sabato 16 settembre 2017

Il segno della mia vittoria sulla tua stupidità


Incidi le tue ferite sulla mia pelle, va pure a fondo e raggiungi l'anima,  le cicatrici che fioriranno saranno il segno della mia vittoria sulla tua stupidità.

Affreschi di una pensatrice folle
Sciarada Sciaranti

sabato 9 settembre 2017

Ci sono strade che portano ovunque - Insieme raccontiamo 24

Ci sono strade che portano ovunque nell'incipit di Patricia Moll per Insieme raccontiamo 24, questo mese non ci sono limiti di battute o parole perché si festeggia l'anniversario dell'iniziativa pertanto tanti auguri e complimenti a tutti  coloro che in questi due anni hanno partecipato. 

Buon divertimento! 


Ci son strade che portano ovunque
Ci sono incroci che portan lontano
Ma quando vedrai
un cervo che scappa
un serpente che attacca
e di un uomo le gambe soltanto 
saprai che sotto al varco dovrai passare
e il pericolo andare ad incontrare.”

Ok! Poteva andare bene e incominciò a spedire gli inviti.

Patricia Moll


Aveva sezionato il libro degli Antenati e studiato ogni singola parola in tutte le interpretazioni possibili per arrivare alla conclusione che i quattro sigilli dovevano essere riportati nell'area sacra degli etruschi lungo la via Francigena, prese le chiavi dell'auto e partì con un fermento interiore che vacillava tra curiosità e timore, lungo il tragitto pensò che a breve per lui e gli altri tre tutto sarebbe cambiato, ma l'attrazione esercitata dalla consapevolezza che da lì a poco avrebbe scoperto la verità sul suo destino era più forte di qualsiasi altra cosa. Impiegò più di un'ora ad arrivare e si inoltrò nel bosco in cui si respirava un'aria pura e frizzante, le foglie scricchiolavano a ogni suo passo e il sole che filtrava tra gli alberi creava un passaggio talmente veloce tra luce e ombra che affaticava la vista a ogni movimento. Raggiunse la tomba e vide che gli altri erano già arrivati, prese dalla tasca il suo sigillo e mostrandolo disse: « Io sono aria. »
La donna dai capelli scuri alzò la mano, fece vedere il suo sigillo e disse: « Io sono terra. »
L'albino si aprì la camicia e senza dire una parola indicò il sigillo del fuoco. La quarta custode portatrice della sindrome di Down con un sorriso sussurrò: « Io sono acqua. »
Le presentazioni erano state fatte e ora dovevano cercare, divisero la zona in quattro parti e iniziarono la perlustrazione, osservarono i segni sugli alberi, le linee delle foglie, i graffiti sui muri della tomba fin quando la donna dai capelli scuri fu colpita dal volo di un gruppo di farfalle davanti a una cascata di licheni, si avvicinò, li scostò ed ecco che un brivido le attanagliò la spina dorsale, vide comparire il cervo, chiamò i suoi compagni che l'aiutarono a liberare dalla vegetazione un arco di pietra con un bassorilievo che riproduceva tutta la scena descritta dal libro, negli angoli le incisioni concave che dovevano accogliere i quattro sigilli. I loro cuori battevano all'unisono seguendo il ritmo di quello del bosco, presero un profondo respiro e ognuno di essi inserì il proprio sigillo nell'incisione corrispondente, in un attimo tutto si fermò e calò il silenzio, una linea solcò verticalmente il bassorilievo formando due metà perfette che si aprirono come un portone e il segreto della vita si palesò davanti ai loro occhi, quel mistero di cui ogni essere umano auspicava la rivelazione, per i quattro non era più tale, adesso sapevano e compresero quale fosse il pericolo: erano diventati schiavi della verità, niente più illusioni, niente più immaginazione, niente più sogni, solo la verità. Frastornati richiusero le ante del bassorilievo, lo nascosero e giurarono di tenere tutto per sé affinché il mondo potesse continuare a essere libero.


Sciarada Sciaranti

lunedì 4 settembre 2017

" Era di settembre ... "


" ... Era di settembre, e l’uva cominciava a maturare; ma i chicchi parevano trasparenti quando i raggi del sole entravano tra i pampini. Ero in mezzo a una vallata, vicino ai pioppi, tutti contorti, di un borro. Mi pareva che la vallata si sollevasse su, attratta dalle due colline piene di oliveti e di vigne. Le pesche erano mature, e pensavo di mangiarne almeno una. Ma esitavo a muovermi. Tra due viti, vidi una ragnatela: era un poco umida, e mi venne voglia di toccarla con la punta di un dito, ma senza romperla ... "

Bestie
Federigo Tozzi


Buon settembre!

giovedì 31 agosto 2017

Arrivarono le bestie


Arrivarono  le bestie e distrussero i ponti che avevamo costruito, i loro crani vennero frantumati sotto i colpi delle mazze e fu ristabilito un senso di giustizia perso nel tempo.

Affreschi di una pensatrice folle
Sciarada Sciaranti

Dedico questo post alle donne stuprate e a chi ha subito un qualsiasi tipo di violenza, con l'augurio che ci sia una netta presa di posizione da parte della giustizia.

martedì 29 agosto 2017

Astratto in materia - La complessità


La complessità: Raggiungere il punto d'origine di una spirale per poi ripercorrerla all'inverso.

Sciarada Sciaranti

La Complessità : Il tuo cervello 

Negus Reale - Ad Nutum


La Complessità: È complesso trovare serenità e impossibile sentirsi davvero felici! Colpa della nostra fantastica complessa natura umana... 

Clelia Tarantino - Un'idea tira l'altra

La Complessità: Dover sciogliere un nodo con le mani senza unghie tenendo un ombrello in mano.


Patrizia - Amica senza blog
( magari lo apre )

La Complessità 1È cercare di capire in che direzione vanno gli stupidi per poter andare dalla parte opposta.
La Complessità 2: Vivere la vita. 

Ofelia Deville - Ma dici a me?

La Complessità: È  l'opposto della semplicità, è smarrimento e incapacità di analizzare e trovare una soluzione. 

Verbena C. - Simple life in Tuscany



La Complessità: È una intelligenza vivace e sensibile capace di leggere in ogni medaglia il suo rovescio per raggiungere la saggezza.


Camelia Azzurra - Amica Facebook
 ( Magari apre un blog )

La Complessità: È capire, almeno vagamente, cosa spinge un elettore a votare e rivotare gente inaffidabile o addirittura disonesta.

Enrico Zio - Amici in allegria

La complessità : Continuare a vivere anche senza speranza nel futuro. 

Elio - De qua e de la

Se vi va di divertirvi a materializzare il vostro concetto di complessità lasciatelo nei commenti e io lo aggiungerò al post

venerdì 18 agosto 2017

Sotto il segno di un sorriso stupido


La Rambla - Barcellona

La guerra è un limite incivile degli esseri umani che ci assimila a delle bestie che non hanno pari sulla Terra, ma l'incapacità di discriminare,  farsi strumento di morte e colpire a casaccio con il sorriso sulle labbra è ancora peggio, è segno della vostra incommensurabile stupidità.

Solidarietà a Barcellona - Cambrils e alla Spagna tutta.


... E dopo un minuto di silenzio che musica sia, quella musica che tanto odiano



Bruno Gulotta


Luca Russo


Carmela Lopardo

martedì 15 agosto 2017

" Sopra il Ferragosto "

Vi è mai capitato di incontrare il Natale, il Capodanno, la Pasqua o il Ferragosto? E vi è mai capitato che almeno uno di loro, guardandovi negli occhi, vi spiegasse l'origine del proprio nome e il motivo per cui dovesse essere celebrato? 
A Michelangelo Buonarroti Il Giovane è capitato, una notte il Ferragosto, svegliatosi la mattina dal suo sonno annuale per esser festeggiato, gli si presenta davanti e gli fa capire la necessità della sua esistenza e Michelangelo si prodiga per raccontare l'accaduto agli Accademici della Crusca.
Il testo risale al 1863 ed è importante sottolineare, come conferma anche il poeta Elio Pecora, che la lingua italiana sia l'unica ad avere la capacità di comprendere sé stessa a distanza di così tanto tempo:


Agosto - Miniatura
XIV secolo
Giacomo Nicolò
Palazzo Pepoli - Bologna

" Conciossiacosaché io, cruschevolissimo nostro Arciconsolo, al cospetto degli amatissimi vostri Crusconi, di alcun tratteniento piacevole, in questa solenne notte, comandandolmi voi, avessi in animo di sollazzarvi; mi era l'ultima sera del passato mese di luglio, per andar pensando della materia, tutto solo nella mia camera, lontano da ogni domestico strepito, già ritirato, quando, avendo pur di quella diliberato (checché se ne fosso cagione), a me parve che in un subito tutta la strada di armi e di grida si sentisse romoreggiare: per la qual cosa, avvisandomi qualche scompiglio nel vicinato esser dovuto succedere, alla finestra incontanente affacciatomi, ebbi veduto due che, ravviluppandosi insieme con istrumenti si fatti che il buio della notte non mi lasciava discernere, si percotevano malamente, i quali poco appresso, per se medesimi dividendosi, l'un dietro l'altro in verso la piazza di Santa Croce a correre incominciarono. Ma perciocché il desiderio degli uomini per picciola dotta non mai s'acqueta, come accade a chi molto di veder cose nuove è vago, io, non contento di quello che aveva veduto, preso a correre incontanente giù per la scala così in farsetto com'era, e quasi del tutto in camicia, e con una rosta in mano, aperto la porta di casa, ed appresso uscendo serratala, per la medesima strada che essi avean preso inviandomi, non ristetti sin fui alle scalee di Santa Croce arrivato. Ed allora alquanto fermatomi, e guardato in verso la piazza, e poscia voltatomi intorno intorno, niuno vergendovi, fortemente presi a maravigliarmi; e venutomi già in pensiero di ritornarmene per la medesima, e alla mia conceputa opera dar principio, udito un non so che di strepito in verso il palazzo de' Cocchi, colaggiù trassi, dove alcuni facchini vi vidi che cosi snellamente come sapete scherzavano e si diportavano; i giuochi de' quali cotanto mi seppero buono che buona pezza di tempo vi spesi riguardandoli perciocché alcuni primieramente di essi a sedere in terra sendosi posti, e tra loro in mezzo posato un fiasco di vino, in terzo alla mora giocavano in questa maniera, cioè, che due per volta , e non più, insieme giocando, chi di loro vinceva, con quello che da prima era rimaso fuori del giuoco veniva alle mani; e così, girando lor sorte, quegli che primieramente alle cinque dita pervenuto era, di un bicchier di vino rimaneva guadagnatore e si lo bevea, e questo fare alla mora in terzo chiamavano eglino il toccafondo. Ma altri poi, che più sobriamente volevan darsi piacere, intorno alla fonte, che quivi ha, un cerchio facendo di lor persone, uno di essi, a cui la sorte toccava, a seder ponevano, cacciandoli sotto un cercine, sovra quel pilastrello che a guisa di piramide nel mezzo di quella fonte si vede su rilevare, e così tutti a uno a uno di buone cercinate lo investivano; e fini a tanto che colle mani uno di quei cercini non carpiva, colassù stava; ma carpendolo, a quello, di cui era il carpito cercine, toccava a esser bersaglio; per la qual cosa molte volte mi risi io del cattivello facchino, cui gli sventurati tempiali da' colpi degli avventali cercini indiscretamente percossi erano. Ma poscia che io quivi a riguardare questo badalucco lungamente fui dimorato, facendomi a credere che a pormi a scrivere l'ora fosse pur troppo tarda, mi misi in cuore, prima che a casa mi ritraessi, per procurarmi più dilettevole il sonno, voler prender un po' di fresco, avvegnaché quivi, per lo riverbero che il giorno vi aveva lasciato il Sole, niente se ne sentisse, dimodoché lunghesso verso le case de' Peruzzi, giù per lo Borgo de' Greci, con animo di arrivare alla fonte di piazza, e quivi alla mia volontà satisfare, presi la via: dove alla fine pervenuto, postomi appoggiato a quei ferri chela circondano, e facendomi vento colla mia rosta, a niuna cosa pensava del mondo, e come uomo a cui niente calesse, attendeva a contar così al barlume, quanti fossero gli sporti ed i merli, che a modo di corona il Palazzo pubblico veggiamo cingere. Ma mentre che io in quella maniera, spensierato del tutto, mi trastullava, ed ecco dalla sinistra parte di verso le Logge venire incontro di me un uomo tutto solo con lento passo, il quale comunque mi si cominciò accostare, mi parve un nuovo uomo; imperciocché egli era di statura corta, di pelle vermiglia, di pelo rosso e lunga, grasso, nerboruto, e di piacevolissima faccia (la quale per lo che io ne vidi dipoi, ben corrispondeva al costume suo), ed era il suo vestimento un lenzuolo, nel quale egli tutto si rinvolgeva. 
Costui, appressandomisi appoco appoco, quando per ispazio di quattro passi mi fu vicino, inchinandomisi e salutandomi, disse: Bene stia lo 'mpastato. Io non voglio negare, Accademici , che, sentendomi nominare da una cosi fatta persona, in su quell' ora tra l' ombre della notte che gli spirili e le fantasime sogliono andare in ronda, e da me per allora non conosciuta, non mi sentissi tutto in un tratto rimescolare; ma di ciò accorgendosi egli, per assicurarmi, soggiunse: Non temer niente di mia venuta, imperocché io sono un amico tuo. Al che io subitamente risquotendomi, fui per credere che l'anima dello Infarinato, o dello Stritolato, o di alcun altro de' nostri Padri Accademici apparendomi, mi volesse ad uopo dell'Accademia alcuna cosa parlare, con alcuno ammonimento avvertendomi; ma, veggendolo di cosi fresca figura e cosi diversa da quella che eglino ebbero in vita, che si magri e sparuti furono, una cotal credenza tolsi dell'animo, e delle sue parole, che amico diceva d'essere, feci buon cuore e presi tanto d'ardire, che io l'addomandai di suo essere, e perché cagione da me, che noi conosceva, fosse venuto. Alla qual domanda esso così rispose: Già ho io detto che sono un amico tuo, né per altro che per giovarti mi t'appresso d'avanti. Molti (soggiunsi io) possono essere amici ad altrui, e molti loro intendono giovare; e però, acciocché quelli che il giovamento ricevere dee, al donatore ne abbia grado, ragionevol cosa è che del nome di esso sia fatto certo; sicché molto carissimo mi sarebbe, che tu il tuo nome mi palesassi. Oh, disse egli, tu di' vero, né '1 ti voglio io a patto veruno tener celato; e però sappi che io il Ferragosto sono, persona da te e qualunque altra persona discreta e piacevole, conosciutissimo. Udito questo da me, non potetti tener le risa, e immantinente feci ragione, che, o costui per lo sollione anfanasse a secco, o che l'aria di Vinegia, donde mostrava venire, gli avesse di mala maniera offeso la testa. Ma egli, veggendomi così ridere, prese a dire: Tu ridi, Impastato, credendo forse il nome di Ferragosto esser vano, e non avere dove fondarsi niun soggetto, ed esser totalmente a caso. Certo, che io non tel vo' negare, risposi. Cui egli soggiunse, dicendo: Deh stolto! A che ti trasporta la vana credenza del folle popolo; che tu a rider di me ti muova, da cui ogni tua salute depende e ogni tuo bene? Ascoltami adunque, e perché a ciascuno, e spezialmente a gli Accademici tuoi quello che io dico racconti, attendi alle mie parole, acciocché a te e a loro quello non avvenisse che avvenir suole a coloro che né di me, né del nome mio hanno cura. Tu dei primieramente sapere che non senza la provvidenza di Ferragosto (che, come io t' ho detto, sono io) in questo luogo tu ti ritrovi; imperocché io non vo' che tu creda che quei due che dianzi d' avanti alla tua camera questionavano, uomini vulgari di questa terra fossero che in quel luogo a quel fare, menati dal case si ritrovassero; ma sì benché fossero miei Ferratini (che il medesimo viene a dire quello che voi direste garzoni), i quali quello fanno che a me piace, e vanno invisibili; né ad altra fine quivi vennero, che per trarti di casa, acciocché tu ti dovessi meco incontrare, onde, discorrendo noi insieme, tu apparassi quelle cose che già indovino io che tu mi se' per addomandare. Che coloro fossero invisibili, molto bene il potesti conoscere dallo sparir che fecero quando tu fusti sull'uscio. Allora, forte maravigliatomi io di quel caso, ricominciai a parlare: O benignissimo Ferragosto, assai bene discerno la mia cecità, e conosco esser pur troppo vero quello che tu ragioni, perchè, appena serrato l'uscio, niuno vi vidi e noi potea credere, sì mi pareva una novissima cosa; ma deh! Se tu hai tanta volontà di giovarmi, come tu di', non mi negare queste cose, di che io vorrei che tu mi facessi conoscitore. E pregoti in prima che ti piaccia farmi assapere , chi tu ti sii per origine e qual sia quel gran giovamento che tu mi vogli prestare. Ben lo vedeva io, rispose egli, che tu me n'eri per domandare; ma prima che io tel dica, perciocchè mi conviene trovare alcuni miei amici, sarà buono avviarsi in colà verso la Colonna. Ed io che molto volentieri dissi; e, attraversata la piazza, andando per Calimaruza, giunti alla fine, mi volsi a passare per Mercato Nuovo, pensando per quella via dovere a Santa Trinità pervenire; ma egli, tiratomi un cotal poco per una manica, disse che quella non era la strada nostra, sicché piegando per Calimara, stava aspettando a qual colonna costui mi volesse guidare che di niuna altra mi ricordava. Ma giunti in Mercato Vecchio: Questa, disse, è quella colonna, dove io mi soglio trovare con li miei compagni. Ed accennatami quella, dove i baroni del reame di San Tommaso appoggiatisi, a suon di trombe e di salterelli, prendon la collana del ferro, a piè di essa su gli scaglioni mi fe sedere; e quivi, aspettando io che alla domanda soddisfacesse, così cominciò: 



Nel tempo che Carlo Magno re di Francia e imperador di Roma passò in questi paesi, molti grandi uomini, a onor di lui e piacer loro, ne vennero seco, intra' quali il padre mio, che fu un gran baccalare della contea di Belgiojoso, e fu uno, il quale poco dopo la nostra partenza, accomandati a Carlo quattro suoi figliuoli, che tra maschi e femmine eravamo venuti con lui, mori per via. Noi adunque quel buon omaccion seguitando, giungemmo in questa città, dove egli, poiché chiamati i cittadini delle ville, come tu sai, l'ebbe restaurata, qualche tempo ci dimorò, e molti de' suoi ci fe' accasare, e dì nobili privilegj dono lor fece; ed io con tutta la mia brigata ci rimanemmo. Ma Carlo, poiché ebbe acconce queste faccende, deliberato di andarsene, volle prima andar visitando i luoghi circonvicini; per la qual cosa, essendo noi una volta intra l'altre a Fiesole andati, e molte belle cose vedutevi, capitammo colà a quella buca, che delle Fate si dice, dove fin'oggi tu sai molto bene che elle dimorano, le quali ci fecero un bell'onore, imperocché lo Imperadore di belli doni, e di belle cose aveva loro recato: ma quelle in ricompensa li fecero molte cortesie e fatarono molti di quelli ch'erano venuti seco; ma chi in una cosa fatarono e chi in un'altra, perché elle in dimoltissime cose sanno fatare, e da loro fu fatato Orlando, cioè, che non gli potesse essere forala la pelle mai, che da prima non era così, ancorché alcuni dicano che e'  nascesse inforabile, e allora fu che Malagigi imparò a gittar l'arte della negromanzia; e così molti di belle fatagioni ebbero da esse. Io, Calendimaggio mio fratello, e la Befana mia sirocchia, fummo tutti, ma variamente, fatati: una scrocchia ebbi che non volle fatarsi mai; in quello che io mi facessi fatare, ti dirò ora. Io chiesi loro che elle facesser sì che ogn'anno da oggi a domani a otto io fossi sempre mai vivo, e che ciascuno dovesse onorare la tornata mia e facessene festa; e così stamani a buon'ora fui fatto vivo. A queste parole non mi potetti tenere, che io noi domandassi, come le fate facessero a farlo vivo. Dirolti, diss'egli; ma prima mi convien dirti come io faccia a morire. Quando io ho a farmi morire, io me ne vo a mezza notte alle Fate, chè non mi è tenuto mai porta, e quivi mettendomi un buon barlotto di vino a bocca, ne beo tanto quanto me ne posso, sicché, addormentandomi, mi muojo allora sì dolcemente che io non me n'accorgo punto. Morto che io sono, le Fate hanno quivi una bella troja grande salata, dove elle mi sotterrano, e poi ricuciono lo sparato da capo a' piè. Quando io mi ho a far vivo, vengon le Fate con un popon di Legnaja, e ponendo il fior al niffolo, ovvero grugno della troja, tengonlovi fermo un gran pezzo, onde io a quello odore, passandomi al cerebre, subito mi rinvengo: sdrucono lo sparato della troja, ed io rizzatomi allora su, son bello e vivo. Ma che si fa egli poi di quella troja, diss'io. Oh mangiansela le Fate, rispose; e ogn'anno quando elle insalano il porco, insalano una troja apposta per sotterrarmivi dentro.
Ma, innanzi che io il mi dimentichi, soggiunsi, dimmi di grazia, Ferragosto, di che fatamento e il tuo fratello e le tue sirocchie fosser fatati. Chi in una cosa e chi in altra, rispose. Calendimaggio si fe fatar nella musica; e però tu vedi che ogn'anno, in quel di ch' e' mori, se gli cantano le canzoni, e più giorni poi: e volle, che in quel tempo i devoti suoi, a suo grand'onore, gli appiccassero il majo. La mia sirocchia maggiore volle esser fatta di lor numero; e fu un grand'animo il suo a chieder una cosi fatta domanda, imperocchè elle non ne soglion fare, se non quando l'anno bisesta, e non vi aveva più che un anno, che era stato bisesto e vi avemmo molto da fare, perché ciò ottenesse ; ma le Fate pur l' accettaron con questo patto, che insieme con l'Orco, castaido loro, ella dovesse far paura a; bambini , che non mangiavano il pan bollito, e che la notte de'sei di di gennajo, a quelli che non avean ben ben cenato, forasse il corpo collo stidione; per la qual cosa, come tu sai, i fanciulli vi si pongon sopra il tagliere, o veramente l'asse del pane. E voler credere, come vogliono alcuni, che la Befana fusse maschio e avesse nome di femmina, e che ella bucasse il corpo alle donne e non a' fanciulli, sarebbe una stoltissima scioccheria, perché non è vero niente. Ben lo credo, diss'io, che mi ricordo purtroppo bene, che, per non esser forato da lei, mi metteva addosso il mortajo, e sentitala alcune volte venire, la conobbi all'odore che ell'era femmina. Quell'altra sirocchia che io ebbi (seguitò egli) non fu altrimenti fatata, ma molto meglio sarebbe stato per lei ch'ella fosse stata fatata, perocché ella non si sarebbe condotta a morir con tanto strazio, come ella fece quella meschina. Io ripresi a chiedere, perché modo ella fosse morta. Al che rispose così: Costei, ritrovandosi una volta gravida, nel tempo della Quaresima, le venne voglia d'un salsicciotto bolognese, e procacciatolo tutto intero, crudo crudo in una volta sel trangugiò. Fu scoperto alla Mozzalingua, la quale in breve processatala, la condannò ad esser segata viva; e perché le fate le addomandassero in dono la vita di lei, non vi fu modo a scamparla dalla mala ventura. Venuta adunque la mattina che ella doveva morire, chiese a coloro che a guastar la menavano, acciocché ella non fosse riconosciuta, che di alcuna cosa la volessero trasfigurare: i segatori tolta la spugna e tuffatala in quel calamajo, dove e' dovean tigner le corde per far la riga a segarla dirittamente, la le fregarono al viso, e un vestire che pareva da monaca indosso le misero; e poscia, fattale una tacca, i denti appiccativi della sega, segarono lei e chi le era in corpo in un medesimo tratto, senza niuna misericordia. E da quell'ora in qua ogn'anno nel dì della mezza Quaresima, i fattori delle vostre botteghe, in memoria di tanto caso, fregate le lor berrette al cammino o alla padella, si tingono l'un l'altro la faccia, come vedete, ed al luogo che forse per questa cagione è chiamato Piazza Padella, rinnuovano il doloroso spettacolo in una immagine di legno, che, a similitudine di quella vestita, chiaman la Monaca; come tu, portando la tua scala in ispalla, debbi a guisa, come molti fanno, più volte esser andato a vedere. E qui fermatosi alquanto, segui dicendo: E avvegnaché io non ti abbia ancora detto per qual cagione io Ferragosto mi chiami, io '1 pur ti dirò, perché tu a favole d'abbajatori non porti fede. Sappi adunque che io solamente cosi son detto, perché, siccome i manescalchi quando ferrano i cavalli, gli asini e l'altre bestie, le rendon più gagliarde e più forti, così io, quando voi la mia solennità celebrate, perché vi fo empiere lo stomaco di buone cose, onde voi più prodi e più gagliardi vi fate, vengo in un certo modo a ferrarvi; e perché nel mese di agosto avviene, Ferragosto mi addomando; quantunque voi, anzi grossi che no, chiamiate ferrare agosto, quando pur da Ferragosto voi stessi ferrati siete; ed in segno di ciò (non già che di questi strumenti a ferrare avesse mestieri), apertosi un lembo di quel lenzuolo che lo cigneva, mostrommi (siccome i nostri manescalchi veggiamo avere) il grembiule di cordovano, nel mezzo del quale una tasca stava cucita, e dalla cintola pendergli un pajo di tanaglie, un martellino e una campanella, dentro la quale un incastro col manico all'ingiù era fitto.




La Fruttivendola
1578 - 1581
Vincenzo Campi
Pinacoteca di Brera

Ma perché tu mi domanderesti forse, diceva egli, perché questo tempo più che altro abbia eletto a ferrarvi, dirolti: e ciò avviene, perciocché miglior ferri, cioè migliori vivande, e che più ringagliardiscono altrui che in tutto il tempo dell'anno, di questo mese si trovano. E prima dirò de' poponi, i quali tante virtù portan seco che tutta la notte passerebbe a contarleti: i fichi e l'uve (queste l'ambrosia e quelli il nettare degli Dei) e mille buone frutte che il soverchio ardore ne' corpi intiepidiscono;




La Pollivendola
1590 - 1591
Vincenzo Campi
Pinacoteca di Brera

ma quello che importa i pippioni di più sorte, i pollastri, i leproni, gli starnotti, i rigogoli, i beccafichi, i vini più preziosi che mai, i quali si vivaci ed odorosi spiriti mandano al capo che bene è morto colui che a tale odore non si risente; tutte cose son queste dalla mensa di Giove quaggiù cadute, il quale anch'egli il Ferragosto lassù facendo, delle sue vivande migliori a voi mortali distribuisce, nè d'altro tempo tante insieme mai le fa piovere. E dove hai tu veduto che d'altra stagione tanti doni l' aria e la terra insieme producono, che vaghe di rinnovellare anch'elle l'onoranza di Ferragosto, par che si sforzino in partorirgli? Per queste parole da me udite, mi sentii prendere il cuore da tanta dolcezza che, abbandonate le membra d'ogni virtù, nelle braccia di Ferragosto mi svenni. La qual cosa da lui veduta, tratto subitamente della sua tasca un turacciol di fiasco e un picciuol di popone, gli smarriti spiriti in me al lor officio incontanente ritrasse; e considerato questo accidente, perché di nuovo non mi assalisse, di cotal materia più non parlò ; ed io che cosi fuor di me era stalo, non mi ricordando di quello che da prima ragionavamo, uscendo un po' di proposito, dissi aver disiderio sapere, quello che nel restante dell' anno, quando non è vivo, facesse. Laonde, rincominciando egli a parlare, rispose: Tu mi hai giunto oramai a quel passo che io per soddisfare all'ultima tua domanda e mostrarti l'utilità in te di mia apparizione, voleva varcare; e però dicoti che e' si vuole aver mente al mio favellare. Subito che io son rinchiuso in quella troja, come hai inteso, vengono a me invisibilmente quattro de' miei Ferratini; e trattomi di quella, senza che punto si paja (con intenzione di riportarmivi un diinnanzi che io mi debba far vivo), mi mettono in un bellissimo letto di rensa, che ha le coperte tutte dj seta, con bellissima arte ricamate che mai una cosi fatta cosa non fu veduta; e portanmi in un baleno, che io non m'avveggo, in terra de' godenti, che è uno pur de' più bei paesi che sia in tutto il mappa mondo di terra ferma, e quivi in una contrada, a un palagio che si chiama Dolcemagione, mi fermano, dove subito che io son giunto, vengono a me i Godenti a vedermi e a visitarmi, e di bonissime cose mi recano: nè ti potrei mai dire, quanti siano i capponi, le cotornici belle e cotte, e le torte che coloro mi portino. Ma in che modo fai tu, allora diss'io, che queste tante cose, ora che è sì gran caldo, non ti si infracidino? Infracidare, diss'egli? I miei Ferratini, ed io, ce le mangiamo tutte in un desinare, come se elle fosser niente. I balli, le feste, le merende, che si fanno così alla mia tornata, come d'ogni tempo, non si veggono in niun lato: e di più ti dico che io son signore di quel luogo, e posso comandare a' godenti e a tutti gli altri, che ve ne capitano tuttavia. Oh de' nostri paesi, soggiunsi io, vienv'egli persona mai? Mai sì, che ve ne viene, rispose, ma pochi: nè da Maso del Saggio in qua e Ribi da S. Godenzo, non si trova esservi venuto de' vivi altri che il Lasca vostro, il quale molto vi fa accarezzato. Gli altri (che è quanto a tao giovamento spezialmente ti debbo dire), così uno come tutti, d'ogni parte vi capitano, i quali se qua mi hanno avuto in venerazione, colà guiderdone riportano; e se mi han dispregiato quelle pene che udirai patiscono.




La Cucina
1590 - 1591
Vincenzo Campi
Pinacoteca di Brera

Perciocché quando a Dolcemagione arrivano uomini che qua mi siino stati fedeli, io gli fo lutti Piomboni di mia man propria che sono come se tu dicessi in volgare cavalieri e conti, ed investoli di buone possesioni, e di belle tenute li fo signori; e a chi dono un barco di lepri, a chi uno di fagiani e di tortole; e a chi una peschiera di trote: e a chi altro: Basta che, senza niun costo loro, io gli fo diventare uomini di gran conto. Ma per lo contrario coloro che non mi fecero di qua onore, venuti in terra de' godenti, non già a Dolcemagione arrivano; ma pervengono in una scurissima valle, al fine della quale in una gran selva, dove s'appiattano molte fiere mordaci, trovano una caverna in una grotta che è chiamata Portascura, la quale, perché nell'entrata è alquanto bassa, fa bisogno che trapassino a capo chino; ma quella passata, si trovano in una gran largura, dove senza niun dimoro, sopraggiunti dai miei Ferratini, e strettamente legati, sono da loro al martoro, che tu udirai, subitamente condotti. Imperocchè e' sono menati a ferrarsi ; ed il modo del ferrarsi si è che i Ferratini, affettati certi cocomeri, e misurate le fette a modo di suolo, le conficcano ne' piedi de' condennali; e questo fanno, perché, siccome essi di qua non voller esser ferrati da Ferragosto, cosi quivi conversa pena sofferir debbano del loro fallo: e questo fatto, insieme legano loro gli stinchi e le mani di dietro; e guidatili giù per una ruga molto lunga che si nomina Batticul, che ha il pavimento tutto di pan di sapone, in diverse schiere accoppiatili, al suon d'una zucca vota (come voi i barberi colla tromba) tutti si fanno muovere; e poi son lor dietro con istaffili di sovattolo, e si gli percuotono come i vostri fanciulli fanno colle bucce d' anguille intorno quel bordelletto ch' e' chiaman Fattore; e fin che gli sciagurati non hanno ben quattro volte in questo modo quella via corsa, per quel giorno non rifinano di staffilarli. Le culate e i cimbottili che i miseri a otta a otta baltan per terra, pensali tu! Quest'altra pena usano ancora per gastigarli, perché eglino gli menano sopra quella montagna di formaggio grattato che tu sai che Maso del Saggio esservi a Calandrin raccontava; e quivi, facendoli stare intorno a quella caldaja, cavali con certe mestole i ravioli di essa, così bollienti gli cacciano loro giù per la gola. Se per avventura gli sputano, sono da' Ferratini rinvolti que' raviuoli in un vaso pieno di pania e di nuovo rimessi in gola a coloro, i quali biasciando e appiastricciando la lingua e '1 palato insieme, non li potendo sputare, lunga pezza a inghiottirli penano. E con questi dimoltissimi altri tormenti danno loro, i quali se io te li volessi contare, non potrei mai. Dimodoché per queste cose hai potuto comprendere di quanta importanza sia l'avermi in venerazione, e quinci veduto il giovamento che io dissi averli recato la mia venuta, la quale più a te che ad altro è apparsa, acciocché tu, che più anni continovi non m'onorasti, al tutto non ti dimenticassi di Ferragosto. E avvegnaché a te tocchi di breve a ragionare colla tua Crusca, in vece di dirle novelle, una cotal visione i' vo' che le narri, acciocché non si cessi di farmi onore; e così a tutte le tue domande, quantunque confusamente, mi pare aver soddisfatto. Udite queste cose da lui, tremando tutto per la paura di que' ravioli bollienti e di quelle malissime staffilate, incominciai a dire: O giustissimo e sapientissimo Ferragosto, alla cui solennità celebrare, dopo tante perturbazioni di malattie, le Fate mi han riserbato, grazie immortali ti rendo del singolarissimo beneficio: e sta' pur sicuro che io colla mia Crusca ti mostrerò coll'onorarti sovente, quanto gratissimo mi sia stato. Egli allora, veduto un non so chi (che a me sembrava il Gallina), baciatomi in fronte amichevolmente, mi disse, non potersi meco più dimorare; e partitosi, verso colui andandone, per contentissimo mi lasciò. Rimaso io così solo, e pieno di lieto stupore, perciocché era molto tardi, a casa mi ritornai: e prima messo bocca a un fiasco, ed un buon sorso di vino tiratone giù, con quel lattovaro me n'andai a letto. Ora tutte queste cose a voi, Accademici, ho narrate per la commissione di Ferragosto, la qual commissione che io in altri discorsi non sia entrato (come intendeste che io far dovea) è stata cagione. Nò prima che ora l'ho raccontate, conciossiaché il preparamento che io sapeva voi per quest'anno di Ferragosto aver di già messo in ordine, dilazione mi concedesse. Onoriamolo adunque sempre, perciocché avete veduto che dal farlo o no, molto di male e di bene ne puote nascere e resultare; e se a mio senno faceste, niun mese trapasserebbe, in cui la solennità del giocondissimo Ferragosto non fosse orrevolissimamente rinnovatala da voi. "

Sopra il Ferragosto
Michelangelo Buonarroti - Il Giovane

Buon Ferragosto!

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